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La caduta di Saigon: il giorno più lungo del Vietnam del Sud

Osservatorio Strategico - Stefano Felician Beccari

Roma,  10 giugno 2015

Quarant'anni fa, il 30 aprile del 1975, la caduta di Saigon fu uno dei momenti più importanti del XX secolo. Con la resa di Saigon al Vietnam del Nord non solo si concludeva la breve ed effimera storia del Vietnam del Sud, artificiale creazione della guerra fredda, ma soprattutto si chiudeva uno dei conflitti che ha maggiormente segnato la seconda metà del Novecento. Contrariamente ad altri scontri del secolo scorso, ancora oggi esso suscita almeno due tipi di memorie: quella legata agli eventi bellici veri e propri, immortalati da una cospicua filmografia, e quella connessa alle manifestazioni politiche contro la guerra. Queste ultime sono in realtà radicate solo nella memoria occidentale, soprattutto perché coeve a quella stagione di proteste studentesche che sconvolsero piazze e strade di molte città dell'“occidente”, Italia compresa.
La fine dei dieci anni di conflitto, nel 1975, fu simboleggiata dalla caduta di Saigon, allora capitale del Vietnam del Sud e oggi nota come Ho Chi Min; la confusione e il caos di quell’evento sono stati immortalati in immagini che hanno fatto il giro del mondo. In particolare, tre scatti sono rimasti a lungo e sono ancora oggi il simbolo della sconfitta statunitense e della drammaticità di quei momenti: le scene di panico ai cancelli dell'Ambasciata americana, la coda di persone che cerca di imbarcarsi sul tetto della sede diplomatica ed infine i marinai statunitensi che gettano in mare gli elicotteri per far spazio ai profughi sui ponti delle proprie navi. 
Quelle immagini sono la testimonianza plastica della tragicità degli eventi e l’attestazione di come confusione e improvvisazione regnassero incontrastate; la caduta di Saigon si consumò in un delirio di proteste, urla, sofferenze e scontri, soprattutto fra i vietnamiti del Sud, che cercavano disperatamente di abbandonare un paese che ormai non esisteva più.  
Agli inizi del 1975, la situazione militare del Vietnam del Sud era difficile. Una serie di rapide offensive delle truppe del Nord, supportate da unità di Viet Cong, (i “partigiani” nordisti operanti nel Sud), fece cadere in rapida successione le principali città del Vietnam del Sud, stringendo d'assedio Saigon e accelerando la caduta del governo filoamericano. Per il Vietnam del Nord, quindi, era il kairos, (il momento perfetto), sia dal punto di vista militare che politico, per colpire (e vincere). Nonostante la difesa di alcuni reparti, la velocità con cui le principali città del Sud caddero fra marzo ed aprile 1975 fa immediatamente comprendere la disperata situazione di in cui si trovò Saigon. Il 25 marzo cadde Huè, antica capitale imperiale e una delle più importanti città del Sud; il 30 marzo Da Nang, sede di una delle principali installazioni della US Air Force; il 22 aprile fu la volta di Xuan Loc, via d'accesso a Saigon. La velocità con cui si succedettero gli eventi fu tale che né gli Stati Uniti né il Vietnam del Nord riuscirono a prevederne la portata; anzi, tutte le parti in lotta ipotizzavano una offensiva su Saigon solo nella primavera del 1976. Ma, come spesso accade, i fatti riuscirono a scavalcare la politica e la diplomazia. Forte del vantaggio morale, militare, ideologico e galvanizzato dalla rapida serie di vittorie, il Vietnam del Nord si trovava in una posizione di forza. Al contrario, il Sud pur forte militarmente (grazie ai molti asset statunitensi), era debole nel morale e a livello politico; gli Stati Uniti, infine, avevano assunto una posizione defilata, e la leadership americana era ancora scossa dello scandalo Watergate. 
Nella capitale, che aveva sempre vissuto languidamente, lontana dagli orrori della guerra, si diffuse presto il panico. Le foto ed i video dell'epoca mostrano le eleganti strade coloniali affollate di gente di tutti i tipi in preda ad una sorta di isteria. Fuori dall'Ambasciata americana migliaia di persone si accalcavano contro i cancelli per lasciare la città; alcuni tentavano di scavalcare i muri rimanendo feriti dal filo spinato che proteggeva l’edificio. 
In questa situazione di crisi gli americani si trovavano a dover gestire molteplici emergenze. La prima era l'evacuazione del proprio personale diplomatico e militare rimasto ancora in città; occorreva poi distruggere documenti riservati, apparecchiature ed altro materiale sensibile ancora presente a Saigon; infine, bisognava salvare i vietnamiti che avevano collaborato con gli USA, il personale militare e di polizia del Vietnam del Sud, i traduttori, gli esponenti dell'amministrazione pubblica, i politici, gli informatori... il loro destino, con l'arrivo dei combattenti del Nord, era già scritto. Una corsa contro il tempo, aggravata dall’indisponibilità dell'aeroporto di Saigon, conquistato dalle truppe del generale nordvietnamita Văn Tiến Dũng, comandante in capo dell'operazione “Ho Chi Min”, (la conquista del Sud). 
Nel generale clima di panico venne lanciata l'operazione “Frequent Wind”, un massiccio “ponte aereo” che riuscì ad evacuare tra il 29 ed il 30 aprile circa 7000 persone. Essenziale fu l'uso degli elicotteri, che vennero fatti atterrare all'interno del compound dell'Ambasciata quando non addirittura sui tetti dell'immobile. Ad un ritmo vorticoso ed instancabile i piloti americani dei Marines, della US Navy e della compagnia “Air America” fecero la spola fra Saigon e le navi statunitensi, mentre intanto la pressione su tutto il perimetro dell'Ambasciata USA continuava senza sosta. 
Alla fine, nelle prime ore del mattino, l'ultimo elicottero americano portò via un piccolo gruppo di Marines rimasti a presidiare la sede diplomatica. Erano le 7.58 del 30 aprile 1975. L'edificio, rimasto sguarnito, veniva saccheggiato dalla folla, mentre le migliaia di persone rimaste a terra continuavano, invano, a scrutare il cielo per il “successivo” elicottero. Ma non c'era più tempo per ulteriori evacuazioni, mentre le armate del Nord guidate dal generale Lê Trọng Tấn dilagavano in città da più direttrici. La guerra, almeno per Washington, era davvero finita. 
Poche ore dopo, verso le 10, l'ingresso dei carri armati del Nord nel palazzo presidenziale di Saigon e la resa incondizionata delle truppe del Sud segnavano la fine di uno stato che ormai era diventato un ricordo di se stesso, chiudendo così la breve e fragile vita del Vietnam del Sud. Il giorno più lungo di Saigon era finito; per la città iniziava una "nuova era", quella del Vietnam unito, suggellata poco dopo anche dal cambio di nome. La città è oggi intitolata a Ho Chi Min (1890-1969), "padre nobile" del Vietnam socialista, poi primo ministro e presidente del Vietnam del Nord; la sua figura è ancora oggi molto riverita nel paese. Con questo cambio di nome, avvenuto poco dopo la fine della guerra, Saigon e la sua memoria di capitale "sparivano" definitivamente dalla storia (sud)vietnamita.