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Stati e non-Stati: il rischio disintegrazione in Medio-Oriente

Osservatorio Strategico - Mario Renna

4 marzo 2016

​​​​​​A esercitare influenza nel complicatissimo scacchiere mediorientale, oltre agli Stati della regione e alle grandi potenze tradizionali, si stanno oggi affermando un gran numero di soggetti autonomi dotati talvolta di notevole rilevanza militare e anche politica. Sono i cosiddetti ‘Non-State Actors’ (letteralmente ‘attori non statali) e rappresentano oggi un fenomeno che vede la punta dell’iceberg nell’ISIS ma è in realtà costituito da una galassia di sigle – secondo un recente reportage di Repubblica solo in Siria agirebbero oltre 1200 gruppi armati non regolari – la cui affiliazione è spesso volatile e dettata dalla convenienza. Gli Stati non dispongono più il dominio incontrastato del campo, caratterizzato da faglie settarie e religiose, e sono sotto la minaccia di atti di guerriglia e di terrorismo da parte di organizzazioni non-statali che mettono a dura prova l’integrità del Medio-Oriente.

Proprio a un tema così attuale è stata dedicata – con la moderazione di Claire Spencer, Senior Research Fellow della Chatham House di Londra - la prima sessione del convegno ‘Arab Geopolitics in turmoil’, organizzato a Roma a fine febbraio dalla NATO Defense College Foundation in collaborazione con il NATO Defense College, il Gulf Research Center Foundation, l’Università di Giordania e il NATO Science for Peace and Security Programme.

Nel corso della sessione sono stati due gli interventi che hanno tentato di fornire un quadro del fenomeno dei non-State Actors, dopo l’apertura di Mahmoud Gebril, ex-premier libico, che ha descritto la frammentazione di oggi evocando la materializzazione di un nuovo mondo, caratterizzato tra l’altro dalla connettività: “le società oggi sono connesse in modo globale mentre le strutture sociali non lo sono. I giovani del Medio Oriente – che costituiscono 2/3 della popolazione - hanno aspettative e capacità che non hanno incontrato risposta nei regimi. Si tratta di problemi legati alla demografia che non cesseranno di esistere neanche quando cesseranno le violenze, perché troppo forte è la spinta che viene dall’Africa, che porterà a fenomeni di migrazione di massa e al rischio di regimi autoritari in Europa.”

Mustafa Alani - Direttore del Dipartimento di studi sul terrorismo e la sicurezza nazionale presso il Gulf Research Center di Gedda – ha caratterizzato il primo intervento tracciando una distinzione tra i non-State Actors sponsorizzati da Stati – come Hezbollah – e quelli indipendenti come l’ISIS, osservando che Hezbollah non punta alla disintegrazione del Libano. “Si tratta di entità poco costose, efficaci sul campo e in grado di occupare uno Stato, come succede in Libano, Siria e Irak. Non credo che assisteremo a un loro declino, perché il mix di guerriglia, terrorismo e struttura statuale gli consente di sopravvivere, anche se tutti vorrebbero vederli sparire”.

Sempre sui tratti caratteristici dei non-State Actors si è focalizzato l’intervento di Jean-Loup Samaan, ricercatore presso la Facoltà del Medio Oriente del NATO Defense College di Roma, il quale ha contribuito alla descrizione del fenomeno anche in termini  numerici. “Assistiamo innanzitutto ad un’inflazione senza precedenti di attori significativi sulla scena del teatro mediorientale. Oltre all’ISIS e al Fronte Al-Nusra, in Siria ci sono dozzine di milizie sunnite e sciite. Lo stesso capita nella Striscia di Gaza, dove a parte Hamas ci sono una cinquantina di gruppi armati”. Il quadro che ne deriva è ovviamente complesso, perché su un territorio poco esteso si concentrano numerose strategie in competizione tra loro, come accade ad esempio nel Golan, dove sono presenti Israele, l’ONU, la Siria, Al-Nusra, l’ISIS e Hezbollah (quest’ultimo considerabile piuttosto come State-Actor, per la sua organizzazione, come ha precisato la moderatrice).

“Oltre ai singoli di non-State Actors bisogna poi considerare quella che è la loro forza complessiva, stimabile intorno ai 25.000 combattenti, perlopiù provenienti dall’estero. In passato sono stati commessi errori di valutazione, sovrastimando ad esempio l’Esercito Siriano Libero e  commettendo l’errore opposto con l’ISIS”, prosegue Samaan, evidenziando come la forza finanziaria di questi gruppi derivi dal contrabbando di petrolio, da un sistema di imposizione fiscale locale e da donazioni. In questi tratti sembra chiaramente di riconoscere l’ISIS, che tuttavia – come precisa il ricercatore – non è l’unico attore forte sulla scena: “in Libano c’è Hezbollah che detiene 80.000 razzi e 4 000 missili, una quantità assai più elevata che nel 2006, ai tempi del conflitto con Israele. L’approvvigionamento di armi e il know-how militare sono in espansione, rappresentando una sfida insieme alla frammentazione dell’identità politica, la cui narrazione è sistematicamente esacerbata”.

La ricetta per contrastare la proliferazione dei non-State Actors passa – come in altri ambiti – attraverso il capacity-building delle forze dei Paesi partner, suggerisce Samaan. Fermo restando che il rischio di infiltrazione nelle forze regolari è un fenomeno collaterale da non sottovalutare.

 

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