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Comprendere il mondo dei conflitti di oggi

Libri e Eventi - Mario Renna

Roma,  26 luglio 2016

​Il mondo pullula di conflitti violenti, eppure per molti versi sta diventando meno violento. È uno dei dati che emergono dal recente libro ‘The World in conflict’, scritto dal giornalista dell’Economist John Andrews: retrospettivamente, nel decennio 2000-2010 le vittime sono state in media 55.000 l’anno, contro un numero quasi doppio negli anni ’90, per salire a 180.000 durante la Guerra Fredda e alla impressionante cifra di 10 milioni annui nel corso della Seconda Guerra mondiale. Cifre, quelle attuali, che vanno lette positivamente anche in termini relativi, considerando che la popolazione della Terra è passata nell’ultimo mezzo secolo da 3 a 7 miliardi di esseri umani: il ‘900 è stato senz’altro un periodo peggiore.

Anche se si sparge meno sangue, il pianeta (su cui incombe comunque lo spettro delle armi di distruzione di massa) vede comunque combattere una moltitudine di conflitti, alcuni di natura apparentemente nuova come quelli che coinvolgono l’ISIS e la religione, altri che sono eredità del post-colonialismo o della fine dell’ordine bipolare, mentre si profilano scontri per le risorse legati al clima e alla demografia (per fare un esempio, in Yemen la popolazione è passata da 4,3 milioni a 26 milioni nel giro di poco più di mezzo secolo, provocando squilibri nell’accesso all’acqua), senza trascurare le drammaticamente annose e gigantesche polveriere, rappresentate dal Medio Oriente, dalle due Coree e dalla rivalità mai sopita per il controllo del Kashmir.

Il volume di Andrews, corrispondente dall’estero del settimanale britannico, passa sistematicamente in rassegna gli hotspots reali e potenziali del mondo, iniziando dal filo religioso che lega il Medio Oriente all’Africa settentrionale (area che si estende dall’Atlantico alla penisola araba, nella quale vivono 400 milioni di persone in 23 Paesi e su cui insiste la faglia che divide sunniti e sciiti), per poi spostare l’attenzione ai numerosi e disparati conflitti in corso nel continente Nero (ricco di risorse ma povero di governance), prima di analizzare un’Europa in cui crescono le insicurezze (nonostante l’UE sia il più grande spazio economico globale, con oltre mezzo miliardo di abitanti, e la quasi totalità dei suoi membri facciano parte della NATO) e di guardare alle Americhe, dove gli USA mantengono il ruolo di superpotenza (sia pure con maggior difficoltà) e a sud è non poco diffuso un mix di fattori di instabilità legati a droga, criminalità e spinte rivoluzionarie. Last but not least, il quadro è completato dall’enorme potenziale dell’Asia, in senso demografico ma anche in termini di conflittualità, continente che ruota principalmente non solo intorno alla Cina - prima potenza economica mondiale – ma anche intorno all’India, la più grande democrazia planetaria, senza contare il Giappone e la Russia, inserita quest’ultima nel capitolo europeo ma ricca di implicazioni anche sul suo versante asiatico, dove confina con Paesi islamici che furono repubbliche sovietiche. La mappatura delle conflittualità – latenti e patenti – testimonia che la modalità inter-statale della guerra è in declino, mentre crescono i conflitti civili: effetto della globalizzazione degli interessi commerciali e finanziari, che spingono il più delle volte gli Stati all’arbitrato piuttosto che allo scontro armato.

Naturalmente alla radice di ciascuna situazione conflittuale c’è sempre una combinazione letale di fattori. Nell’esempio dell’ISIS, la religione gioca un ruolo importante, ma esistono anche moventi come il risentimento ideologico anti-occidentale o – per non pochi dei suoi adepti – il desiderio di protagonismo, abbinato a paghe relativamente appetibili. Anche in Nigeria i militanti islamisti di Boko Haram (letteralmente ‘l’istruzione all’occidentale è proibita’) non sono mossi solo da un’interpretazione radicale della fede ma pure dalla frustrazione per l’indigenza e la corruzione delle autorità. La religione, secondo l’autore, è un driver primario solo in apparenza, laddove – in molti conflitti nelle regioni in via di sviluppo (come ad esempio a Myanmar o in Pakistan) – ad agire è piuttosto lo scontro tra la accelerata modernizzazione portata dalla tecnologia e le tradizioni tribali, uno scontro che vede la fede essere incorporata nel conflitto per giustificare la resistenza al cambiamento.

Interessante è lo sguardo rivolto alle democrazie, le quali – pur essendo vero che difficilmente si fanno la guerra tra loro (esiste tuttavia il recente caso russo-ucraino) – non sono immuni da conflitti interni ciclicamente ricorrenti. Anche le democrazie più longeve come gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno dovuto affrontare dissidenze interne di carattere violento, così come hanno conosciuto una stagione sanguinosa di estremismo politico anche la Germania e l’Italia, alla quale è dedicata una sezione che evidenzia il fenomeno attuale della criminalità organizzata. I capitoli del libro – in bello stile giornalistico anglosassone - sono tanto scorrevoli quanto densi di cifre e riferimenti alla storia e all’attualità, e hanno il pregio di fornire ritratti e sviluppare comparazioni che restituiscono una visuale ampia della carta della conflittualità attuale del pianeta, contraddistinta – si sottolinea – da una minor letalità rispetto al passato, nonostante l’esistenza di ingenti arsenali. Merito anche dell’affermarsi dei diritti umani e dei valori umanitari, grazie a un numero crescente di organizzazioni governative e non. Tuttavia, il ricorso alla violenza è una costante nella storia dell’umanità – è l’ammonimento - e nuovi conflitti saranno verosimilmente all’ordine del giorno. Combattuti probabilmente con modalità meno convenzionali e più asimmetriche, mediante lo strumento del terrorismo e con quello – meno cruento – dei cyber-attacchi, che punteranno sulla vulnerabilità digitale delle economie e anche dei sistemi d’arma.

Originale è l’accenno conclusivo alle rappresentazioni dei conflitti, difficilmente imparziali e obiettive (almeno sul breve periodo) quando i media e la propaganda diventano mezzi per raggiungere un fine. In appendice figura una originale galleria di protagonisti che hanno percorso traiettorie estreme da questo punto di vista, come Yasser Arafat (per molti anni considerato da Israele un terrorista e poi vincitore del Nobel per la Pace insieme a Yitzhak Rabin), Nelson Mandela (anch’egli Nobel per la Pace ma solo dopo 27 anni trascorsi in prigione per aver guidato la lotta contro l’apartheid) o Gheddafi (in origine accusato di terrorismo dall’Occidente, poi in parte ‘sdoganato’ e infine rovesciato dagli occidentali stessi).

 

‘The World in conflict, understanding the world’s troublespots’, di John Andrews, The Economist Books (2015)