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La Famiglia Cesi

 

Le origini remote della famiglia Cesi non sono del tutto chiare.

Come spesso accade per famiglie celebri e di alto lignaggio, alcuni - forse non del tutto scevri da influenze adulatorie - si sono spinti addirittura a rinvenire in tale Ceso o Ciso, figlio di Temeno re di Micene e di Argo (1190-1100 a.C.) il capostipite della stirpe Cesia.

Notizie più attendibili possono essere tratte dalla "Relation de Rome" dell'Amayden (ambasciatore francese presso il Pontefice Urbano VIII nel secondo ventennio del 1600), ove si dice che la famiglia Cesi giunse a Roma all'incirca nell'anno 1400, proveniente da Cesi, castello dell'Umbria.

Secondo il Martinori, le più accreditate origini della famiglia Cesi vanno fatte risalire a tale Andrea di Pietro Chitani (o Equitani) di Cesi, il quale, sposatosi con Firmina Liviani degli Orsini, ebbe un figlio di nome Antonio Chitani.

Quest'ultimo prese in sposa Angela Ternibili (per altri Termobilia) di Terni e fu, successivamente, trucidato nella Chiesa di S. Antonio Abate, nel castello di Cesi, il giorno della festa del Santo, con tutti i suoi congiunti. Scampò all'eccidio solo il figlio Pietro, ancora in fasce.

Quindi Pietro, nato nel 1422 da Antonio Chitani di Cesi e da Angela Ternibili, e del quale la storia ci ha tramandato notizie sicure, può essere considerato il vero capostipite della famiglia Cesi.

Egli seguì gli studi in Alviano e in Roma, distinguendosi per le sue alte doti di ingegno. Fu avvocato concistoriale assai famoso, forse anche Podestà in Perugia e Senatore in Roma.

Da Pietro Cesi e da sua moglie Brigida D'arca, prima che egli morisse in Narni all'età di 55 anni, nacquero nove figli. I tre rami principali della famiglia originarono da tre di questi: Bartolomeo, Pierdonato e Angelo.

Tralasciando i prime due, che pure generarono discendenze illustri e famose di Vescovi, Cardinali, Priori, Conti, Duchi e Marchesi, la nostra attenzione va rivolta al ramo che prese origine dalle nozze che Angelo (1450-1528), figlio, appunto, di Pietro Chitani da Cesi e Brigida D'arca, contrasse con Franceschina Cardoli, discendente per ramo materno dal celebre condottiero Gattamelata.

Angelo Cesi fu uomo di grande cultura e valore: giureconsulto insigne, professore all'Archiginnasio romano, avvocato concistoriale del popolo e senato romano. Fu nominato segretario apostolico da Giulio II e, successivamente, uditore della Camera apostolica. Raccolse manoscritti e libri e coltivò la passione per le collezioni di arte e di cose antiche. Dette inizio, pare su progetto di Michelangelo, alla costruzione di una splendida cappella nella chiesa di Santa Maria della Pace, in Roma. Qui riposano le sue spoglie mortali in un sepolcro monumentale. Dal suo matrimonio furono generati ben tredici figli, due dei quali, Federico e Paolo Emilio, divennero cardinali e un'altro, Massimiliano Ottavio, fu Vescovo di Cervia.

Ma la nobile discendenza da Angelo della famiglia Cesi fu assicurata dal figlio Giangiacomo. Egli divenne uno dei decemviri di Todi, fece parte della nobiltà di Terni e fu priore a Narni. E' nota anche la sua partecipazione all'assedio di Firenze del 1530, nel quale si distinse per l'ardore, avendo intrapreso la carriera delle armi. Sposò nel 1531 Isabella Liviani d'Alviano, ricchissima per eredità familiari. Una parte di tali eredità, e precisamente il feudo di Alviano, furono da Giangiacomo ed Isabella ceduti a Pierluigi Farnese, ricevendone in cambio il feudo di Acquasparta e Portaria.

Dal loro matrimonio nacquero due figli, una femmina di nome Emilia e un maschio di nome Angelo. Anche lui, seguendo le orme paterne, conseguì la carica di decemviro nella città di Todi e fu ascritto alla nobiltà di Terni. Servì la Chiesa, entrando a far parte della milizia. Nel 1569, sotto il papato di Pio V, comandò il corpo militare di spedizione in Francia, per portare aiuto a Carlo IX in lotta contro gli Ugonotti. Egli si distinse nella battaglia per la presa di Poitiers e, a seguito delle ingenti energie in essa profuse, morì in quel luogo tanto lontano dal suo paese nel giugno del 1570.

Tuttavia pochi anni prima della sua morte, Angelo Cesi di Giangiacomo era riuscito a realizzare, come già precedentemente accennato, l'acquisto da Sigismondo de Rossi Conte di Sansecondo di un palazzo a Roma in via della Maschera d'Oro, che sarà poi appellato con il nome del suo casato.

Tra le sue realizzazioni, si ricordano anche il ricco mausoleo fatto erigere in S. Maria Maggiore allo zio Cardinale Federico di fronte a quello dello zio Cardinale Paolo Emilio, nonché la Cappellania di S. Caterina della Rota costituita presso la stessa basilica. Angelo Cesi di Giangiacomo ebbe cinque figli dalle nozze con Beatrice della illustre famiglia Caetani di Sermoneta, celebrate nel maggio del 1561.

Tra essi, due in particolare meritano particolare menzione: Bartolomeo e Federico. Bartolomeo (1568-1621) intraprese la carriera ecclesiastica, dopo essersi laureato a Perugia; fu nominato Cardinale da Clemente VIII nell'ottobre del 1596, poi divenne Arcivescovo di Conza nel 1618 e, infine, Vescovo di Tivoli, ove morì.

Suo fratello maggiore Federico (1562-1630) assunse il titolo di marchese di Monticelli. Anche lui, come suo padre Angelo, fu decemviro a Todi.

In suo favore, Sisto V eresse, nel 1588, Acquasparta in ducato; e Paolo V, nel 1613, attribuendolo al primogenito della famiglia, elevò a principato i marchesati di S. Polo e di S. Angelo.

Federico Cesi, Marchese di Monticelli, I Duca d'Acquasparta, sposò in epoca imprecisata Olimpia Orsini, da cui ebbe undici figli. Altri due figli, riconosciuti come naturali, Federico Cesi li ebbe da due sue amanti: Ottavio (avuto da Giulia Spada) e Giangiacomo.

Primogenito maschio dei figli legittimi fu Federico (1585-1630), II Duca d'Acquasparta, poi fondatore dell'Accademia dei Lincei, di cui parleremo diffusamente in seguito.

Secondogenito maschio fu Giovanni Federico. Degli altri figli maschi legittimi si sa che Francesco morì in tenera età, Firmino morì nel 1627, Angelo intraprese la prelatura e divenne Vescovo di Rimini; nulla si sa del figlio Enrico. Delle cinque figlie femmine, Porzia si fece monaca domenicana; Maria andò in sposa al Duca Gian Angelo D'altemps; Caterina sposò il Marchese Giulio della Rovere, ma, rimasta vedova, prese i voti come suora carmelitana e fondò il monastero di Santa Teresa a Montecavallo; di Isabella non ci sono pervenute notizie; Beatrice, infine, morì alla tenera età di cinque anni.

Federico Cesi di Angelo, avendo raccolto su di sé tutti i titoli nobiliari del casato, visse a Roma da gran signore, mantenendosi al rango delle più illustri e nobili famiglie romane.

Oberato, però, dai debiti, fece donazione di gran parte dei suoi beni al secondogenito Giovanni in danno del primogenito Federico il Linceo, ma il suo atto fu dichiarato nullo. Non essendo in alcun modo riuscito ad estinguere i debiti, attribuì a Federico il Linceo l'amministrazione del patrimonio, come per provocazione. Il Linceo, infatti, aveva ereditato dalla madre Olimpia Orsini una particolare nobiltà e mitezza d'animo, che il padre, uomo ignorante e violento, dissipatore fino al dissesto delle sostanze familiari, non apprezzava, al pari della passione del figlio per gli studi delle scienze naturali.

Federico Cesi di Angelo morì in Roma il 24 giugno del 1630 e fu sepolto nella Chiesa del Gesù, la stessa ove era stata sepolta la moglie Olimpia Orsini morta nel 1616.

Ed è assai triste dover annotare che, pochi mesi dopo la morte del padre, il 1° agosto 1630, in Acquasparta, a soli 45 anni, morì anche Federico il Linceo, ancora nella pienezza del suo ardore intellettuale e della sua passione per le scienze.

Federico il Linceo

Federico Cesi, noto come Federico il Linceo, nacque a Roma, nel palazzo di via della Maschera d'Oro, il 26 febbraio 1585, dalle nozze, come già detto, tra Federico Cesi, marchese di Monticelli (dal 1588 Duca di Acquasparta e dal 1613 principe di S.Polo e di S. Angelo), e Olimpia Orsini di Todi.

Egli fu battezzato il 13 marzo 1585 nella chiesa di S. Simeone, adiacente al palazzo (di questa chiesa, andata in rovina e sconsacrata, si conserva oggi soltanto la facciata su piazza Lancellotti).

Pochissimi documenti sono stati tramandati circa l'infanzia e l'adolescenza di Federico, ma sappiamo che la sua formazione intellettuale e culturale venne curata da due "lettori" privati, ai quali si aggiunsero in un secondo momento Francesco Stelluti, per la geografia e l'olandese Giovanni Heck, per la filosofia.

Federico, che, come già accennato, aveva ereditato dalla madre, e ulteriormente affinato con la sua frequentazione familiare, tratti di vera nobiltà, di squisita gentilezza e di alta spiritualità, essendo di precoce ingegno, a soli 18 anni di età (1603) assunse l'iniziativa di fondare una Accademia, cui venne dato il nome "dei Lincei", per sottolineare come i suoi membri avrebbero dovuto sempre ispirarsi ad acume, perspicacia e ingegno nello studio delle scienze naturali. Essi, secondo il primitivo indirizzo, dovevano essere celibi e privi di ogni impiego, e non appartenere a ordini religiosi claustrali. Gli studi degli Accademici Lincei non dovevano riguardare la politica, la giurisprudenza, la storia moderna, la teologia e la poesia.

Egli ne fu eletto presidente, mentre, come membri, furono ascritti Giovanni Heck, Francesco Stelluti, Anastasio de Filiis.

La vita dell'Accademia, però, non fu facile, un po' per il sospetto in cui erano all'epoca tenuti gli scienziati se non perfettamente allineati ai princìpi imperanti della dottrina cattolica (tanto che le prime riunioni vennero tenute nelle sale del palazzo di via della Maschera d'Oro quasi segretamente e nella corrispondenza tra loro gli Accademici usavano una sorta di cifrario segreto), ma molto anche per l'avversione che il padre Duca di Acquasparta, uomo, come già detto, piuttosto rozzo e incolto, nutriva nei confronti del figlio e degli altri Lincei, temendo, altresì discredito per la casata e noie con le gerarchie ecclesiastiche. Basti ricordare che nel 1616 il Sant'Uffizio condannò la teoria copernicana sostenuta da Galileo e che quest'ultimo fu successivamente processato a causa delle teorie scientifiche che propugnava.

Quindi, subito dopo la sua costituzione, l'Accademia si disperse. Soltanto nel 1609, dopo che Federico, grazie alla sua costanza e alla irreprensibile condotta, era riuscito a riconciliarsi con i suoi congiunti (che avevano persino manomesso le collezioni scientifiche dei Lincei e li avevano denunciati ai tribunali del Governatore e dell'Inquisizione come eretici e di cattivi costumi) e con il padre, l'Accademia riprese la sua preziosa attività con nuovo impulso, accrescendo il numero degli aderenti. Nel 1610 entrò a farne parte Giovan Battista Della Porta, nel 1611 Galileo Galilei, poi, in successione, tra gli altri, Fabio Colonna, Giovanni Terenzio, Giusto Riquio e Cassiano Dal Pozzo, tutti scienziati e studiosi assai insigni.

Le pubblicazioni tramandateci dai Lincei sono, invero, poche, ma alcune assai importanti. Tra esse la "Istoria e dimostrazione intorno alle macchie solari" (1613) e "Il saggiatore" (1623) di Galileo Galilei, l'"Apiarium" (1625) sullo studio dell'anatomia delle api, che Federico aveva condotto insieme a Francesco Stelluti.

Il Cesi non era un bibliofilo, non amava il libro come cimelio (come i suoi contemporanei illustri collezionisti Fulvio Orsini, G. Lorenzo Pinelli, Federico Borromeo etc.), ma precipuamente come strumento e compagno di lavoro per il suo contenuto di ricerca e di verità. Anzi, l'Accademia dei Lincei iniziò collegialmente nella storia del pensiero moderno la campagna antilibresca, cioè il metodo leonardiano di ricerca scientifica basata sull'osservazione diretta e sistematica, in contrapposizione alla tradizionale e reverenziale ripetizione del pensiero antico riportato negli scritti del passato. Per il Linceo, quindi, la biblioteca rappresentava un supporto di lavoro accanto al giardino botanico e al museo naturalistico prescritti per tutti i Licei, conformemente all'esempio romano.

Il principe Cesi, così, si preoccupò di provvedersi di libri, sia antichi che moderni, sia stampati che manoscritti, acquistati in Italia e fuori, per sé e per i colleghi, libri destinati al Liceo centrale o romano, che doveva essere, nel suo piano accademico, la prima più importante cellula vitale, la prima officina di lavoro degli studiosi dell'Accademia: libreria e museo insieme, dove si raccoglievano e si custodivano, innanzitutto gli scritti e libri dei Lincei, e poi quanto di maggior rilievo, di più "esquisito" si pubblicasse, particolarmente di argomento scientifico, in ogni parte del mondo civile, in Europa e anche in Oriente.

Si hanno notizie della conoscenza di lingue orientali che ebbero i primi Lincei, di manoscritti arabi, persiani e turchi che il Cesi acquistò (conservati nel Fondo Barberini della Biblioteca Vaticana), e su quelli (ad esempio, le Coniche di Apollonio nella versione araba) che egli segnalò nella collezione del Raimondi (poi del Cardinal Federico de' Medici, diventato Granduca di Toscana) e che progettava di far tradurre e pubblicare dall'Accademia.

Il Linceo incaricò il collega Giovanni Heck di procurargli libri rari da raccogliere per "goderli insieme" agli altri accademici nella libreria sua personale del palazzo e dell'Accademia. Così rimasero nella biblioteca Cesia Lincea un buon numero di manoscritti autografi dell'Heck, conservati oggi nell'Archivio storico Linceo della Biblioteca Accademica.

Acquisti più frequenti erano fatti in Italia, a Roma, centro del commercio librario e delle numerose passioni bibliofile in quel secolo, dove confluivano da ogni parte del mondo libri e manoscritti, rarità letterarie e scientifiche di ogni tempo.

Ogni anno il Cesi, non soddisfatto dei librai romani, si preoccupava di procurarsi il catalogo della fiera libraria di Francoforte per acquisti da fare, proponendosi di farvi includere volta per volta le pubblicazioni lincee, per procurare loro pubblicità e largo spaccio.

Oltre che di singoli acquisti, egli mirava ad arricchire la biblioteca di cospicui fondi straordinari, mettendo gli occhi sulle meglio fornite librerie degli amici, e anche dei colleghi, per procacciarne l'acquisto, la cessione, il dono o l'eredità al Liceo centrale o a quello provinciale napoletano.

Per portare avanti molti dei loro studi, i Lincei si avvalsero di nuovi strumenti, che essi stessi costruirono, perfezionando alcuni prototipi creati da artigiani tedeschi e olandesi: il telescopio e il microscopio. Attraverso il loro impiego con scopi scientifici, fu per la prima volta possibile esplorare da un lato l'immensamente grande, dall'altro l'immensamente piccolo. L'esplorazione dei cieli con il telescopio da parte di Galilei e l'osservazione delle api, insieme con lo Stelluti, e di altri insetti, nonché di piante e fiori con il microscopio da parte di Federico, aprirono all'umano sapere orizzonti allora sconosciuti e impensabili.

Federico, nel 1614, prese in sposa la giovane Artemisia Colonna, figlia di Francesco principe di Palestrina e di Ersilia Sforza. Questa sua prima moglie, purtroppo, morì appena due anni dopo, senza avergli dato figli. Nello stesso anno 1616, Federico sposò in seconde nozze Isabella Salviati, figlia di Lorenzo marchese di Giuliano e di Maddalena Strozzi. In onore degli sposi, l'Accademico Stelluti pubblicò l'epitalamio "Il Pegaso". Da Isabella egli ebbe nel 1623 un primo figlio maschio, Federico, che, però, morì dopo appena tre giorni dalla nascita. Nel 1626 nacque un secondo maschio, cui venne pure imposto il nome di Federico, ma anch'egli morì appena nato. Ebbe anche due figlie femmine, una delle quali, Teresa, si fece monaca, mentre l'altra andò sposa in prime nozze al marchese Ludovico LANTE e, in seconde nozze, a Paolo Sforz marchese di Proceno.

Dopo la sua morte (Acquasparta, 1° agosto 1630), i Lincei, intimoriti oltremodo per le malevole attenzioni rivolte loro e per il processo, seguìto da condanna, cui era stato sottoposto il Galilei, si dispersero in breve tempo.

La Biblioteca Lincea, raccolta con quasi trent'anni di cure, d'amore e di dispendio, ebbe rapida fine. Difatti, Federico era morto senza lasciare disposizioni relative all'Accademia, "alla quale - scriveva Francesco Stelluti a Galileo Galilei - il nostro Signor Principe voleva lasciare tutta la sua libreria, museo, manuscritti ed altre belle cose, le quali non so in che mani capiteranno".

Il destino della Biblioteca venne segnato dalla vedova del principe, la Duchessa Isabella Salviati, la quale non pensò che a trarne il maggior utile, a profitto delle due giovani figlie, vendendo tutto al maggior prezzo e nel minor tempo.

Tranne alcune decine di volumi, acquistate dal Cardinale Barberini, il resto della libreria (anche i manoscritti, tranne quelli personali di Federico Cesi, che perciò andarono dispersi) fu comprato tutto insieme nel 1633 da Cassiano Dal Pozzo e allocato nella sua casa presso S. Andrea della Valle, ove volle tenere in custodia pure tutti gli atti e le memorie dell'Accademia. Come scriveva in quel tempo il Dati, conservò "senza alcun riguardo di spesa nel suo museo e nel suo cuore, disegni e pensieri di così dotta adunanza; prorogò ad essa, che già languiva, pietosamente la vita, anzi, assicurandola dai futuri accidenti, con la virtù propria la fe' divenire immortale". Si deve, quindi, ritenere che l'Accademia durò ancora molti anni, finché Benedetto XIV non la rinnovò nel 1740, dopo la morte del quale cessò, per risorgere nel 1801, per opera dell'abate Feliciano Scarpellini.

Così, come parte cospicua della libreria Dal Pozzo, la superstite Biblioteca Lincea, passò per nuovo acquisto nel 1714 nella Biblioteca Albani, e dopo il parziale saccheggio di questa nel 1798, verso la metà dell'800, subì di essa (spentasi la Famiglia Albani) la medesima disastrosa sorte: i codici (eccetto pochi, acquistati dal Principe Boncompagni e dal Duca d'Aosta) andarono distrutti quasi tutti in un naufragio nell'Atlantico, mentre venivano trasportati da Civitavecchia ad Amburgo, essendo stati acquistati dal Mommsen, per conto della R. Biblioteca Prussiana di Berlino; i libri a stampa furono dispersi in vendita pubblica nel 1857.

Oggi l'Accademia dei Lincei, rinata durevolmente, dopo alterne vicende, a Roma agli inizi del XIX secolo, dapprima come Pontificia e poi come Reale Accademia, ha sede nel palazzo Corsini alla Lungara.

Non si può certo dire che Federico Cesi, uomo di grande ingegno e di alta levatura spirituale e intellettuale, morto prematuramente e senza lasciare testamento nel 1630, a soli 45 anni, dopo aver dedicato tutta la vita, l'attività e le sostanze alla nobile istituzione accademica da lui creata ed aver patito la tirannìa paterna, abbia potuto in alcun modo godere delle soddisfazioni che ciascun mortale, oltre ai beni più strettamente attinenti alla sfera dell'anima e del pensiero, può ragionevolmente aspettarsi dalla vita terrena.

La vita di Federico Cesi il Linceo e le vicende, non certo benevole, che la costellarono, sono assai sinteticamente, ma significativamente ricordate nella targa di marmo murata nel 1872 sulla facciata di Palazzo Cesi in via della Maschera d'Oro.


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Pagina aggiornata il 03-03-2011