Page 19 - Momenti della vita di guerra
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fronte ai loro cari, emerge il nobile senso del dovere e del sacrificio che assume talvolta toni e intensità religiose, la consapevolezza della missione da compiere verso la patria, ma più di ogni altra cosa la responsabilità per il futuro dei figli e delle nuove generazioni che, a guerra finita, a vittoria conseguita e sconfitto il militarismo germanico, avrebbero potuto affrontare un destino diverso in un’Italia nuova, più grande e più giusta.
Scriveva in tal senso in una lettera Eugenio Garrone, ufficiale degli Alpini, il più giovane dei due fratelli divenuti il simbolo dell’intera opera: «Iddio ha riservato a noi, seconda generazione di chi ha lottato per primo per l’unificazione santa “dall’Alpi a Sicilia” il grande momento di vedere compiuto il sogno italiano [...] quando il mio giorno sarà venuto, se il sacrificio della mia vita fosse necessario, ben venga quel giorno» (I fratelli Garrone).
Questa responsabilità angosciosa, contratta in primo luogo con se stessi, si sostan- ziava con diversi accenti nelle voci che provenivano da singole situazioni cariche di alta drammaticità. Nell’odio per il nemico esternato dal tenente Riego Arrighi «Ciò che è austriaco deve esser bandito dal nostro suolo, reietto, oppresso. Sono indegni di vivere» (Spiriti militari), nell’orrore della morte inferta a un Kaiserjäger dal giovanissimo bersa- gliere Giorgio Lo Cascio in una feroce mischia sul Faiti nel 1916 «Eppure, Maria mia, io che con queste mani scrivo queste parole delicate [...] io, Maria, il 3 novembre in un furioso assalto alla baionetta, ho scannato un uomo» (I giovinetti), nella spossante quotidianità delle condizioni di vita «Da tre giorni – scriveva Carlo Stuparich – dormo nel fango, tra il fango, col fango, mangio e bevo misto a fango, respiro fango, la mia pelle e le mie ossa sono infangate» (La distruzione delle speranze), nelle ferite atroci «Uno dei miei feriti – raccontava Carlo Gallardi, medaglia d’oro – era in condizioni racca- priccianti. Una sbarra di ferro grossa un dito pollice [...] al colpo si spezzò. Il troncone trapassò il braccio di quel disgraziato, gli entrò nel fianco e gli uscì dalla schiena; infil- zato!» (La guerra sofferta), nella crisi dell’entusiasmo «Sto male moralmente – annotava nel suo diario l’alpino Giacomo Morpurgo nel luglio del 1916 davanti al Monte Chiesa – Mi sento abbattuto come non lo sono mai stato [...] si attacca senza saper cosa, né come, né perché; [...] Ho negli occhi i pezzi di quell’Asini, un così buon ragazzo; sul cappello ne ho le tracce di cervello» (La guerra sofferta). Nondimeno in tutti gli scritti si riconosce una salda e ferma determinazione, un irremovibile impegno a portare a com- pimento la missione intrapresa, come emerge dalla lettera inviata al padre nel giorno di Natale del 1917, quando si andava consolidando la resistenza italiana dopo la rotta di Caporetto, da Roberto Sarfatti, caporale nel 6° Alpini non ancora diciottenne, la più giovane medaglia d’oro italiana della Grande Guerra: «Più sto al fronte e più penso che si deve vincere. A qualunque costo. E ora più che mai. Vae victis. Guai a coloro che do- vessero sottostare a una Germania vincitrice». (I Giovinetti). Eppure, nonostante nella coscienza della memoria sia preferibile essere vittime che agenti di sofferenze e di morte
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